“Ci vuole un Pd più di sinistra”. Intervista a Peppino Caldarola

2016/06/21 11:53

Blog – Confini

Le ultime elezioni amministrative hanno provocato un vero terremoto politico. I risultati elettorali fanno segnare la crisi del partito guida della politica italiana: il PD. Venerdì ci sarà la direzione nazionale del partito. Lo scenario è molto complicato per il segretario-premier Matteo Renzi. La sinistra interna vuole un “cambio di passo”. Intanto nell’opinione pubblica ci si interroga sul futuro del PD. Lo facciamo in questa intervista con Peppino Caldarola, che è stato direttore dell’Unità ai tempi dell’Ulivo. Una voce storica della sinistra italiana

di Pierluigi Mele 21 giugno 2016Caldarola, questa tornata elettorale ha segnato una grave sconfitta del PD.  E’ il segnale , forse qualcosa di più di un segnale, che il “renzismo” sta perdendo attrattività. Guardando i risultati il PD si trova in un cumulo di macerie (a parte Milano). Insomma siamo negli “ultimi giorni” del “renzismo”?

Non siamo agli ultimi giorni di Renzi ma una fase del renzismo è finita. E’ finita quella fase che vedeva il premier-segretario cavalcare l’onda della rottamazione, svolazzare da un tema a un altro annunciando riforme epocali, viaggiare per l’Europa per blandire e poi minacciare la Merkel, inseguire Putin irritando l’alleato americano, costruendo un castello di nomine in cui c’è stato posto solo per fedelissimi o per amici di fedelissimi. Il renzismo delle mance, della scelta pro-Marchionne e della porta chiusa ai sindacati, del segretario che considerava le minoranze gufi insopportabili. Quel renzismo ha avuto fortuna perché si è incrociato, come oggi accade al grillismo, col malessere di tantissimi italiani. Ma ormai gli elettori cominciano ad avere dubbi. Confrontano le parole ottimistiche con la vita concreta, gli annunci con i risultati e  vedono un partito di sinistra che non ha più un’anima, che è scosso da lotte interne feroci. Da qui la crisi del renzismo che può diventare la crisi finale di Renzi.

I risultati di Torino e Roma sono un grande successo per il Movimento 5Stelle. Quello che è clamoroso è stato il risultato di Torino. Una amministrazione che ha fatto bene viene mandata via. E’ un PD senza radici?

Torino ha un significato semplice. C’era una buona amministrazione e c’è stata una opposizione vigorosa. Fassino è sulla prima scena da tanto tempo. Molti leader, anche onesti, bravi e generosi come lui, devono capire che arriva un momento in cui l’elettorato vuole il ricambio. Anche Torino non è più monarchica. La signora Appendino ha lavorato nel consiglio, è figlia della Torino bene, non è sembrata un salto nel buio. Fassino paga anche il prezzo del carattere nazionale del voto. Sicuramente paga il disancoramento del suo partito dalle radici popolari. Ma questa però è anche colpa sua, che di partiti ne ha diretti almeno un paio.

La strategia di Renzi è  stata quella dello sfondamento al centro. Nulla di tutto ciò è avvenuto. Cosa rende il Movimento 5 stelle più attrattivo, per un elettore “moderato”, rispetto al PD?

Il Movimento 5 stelle rappresenta un voto di transito. Oggi ti voto domani no. I grillini non chiedono chi sei e dove vai. Chiunque può arrivare dallo scontento piddino a quelli di casa Pound. Il tema che si vince sfondando al centro, è tema utile di discussione se il partito che lo fa sa da che parte stare. Un partito ancorato a sinistra può porsi il problema di sfondare al centro. Un partito che non è né carne né pesce non sfonda né a sinistra né al centro. Il centro non è come nel passato la zona elettorale della tranquillità, del “queta non movere”, è in atto un rivoluzionarismo dei moderati che si mette in moto contro la politica degli establishment. Se insegui questi moderati arrabbiati, perdi. Se tieni il tuo territorio e da posizione di forza e radicamento apri discorsi verso aree nuove, vinci. Grillo lo fa più facilmente perché il suo movimento è un gigantesco taxi collettivo. Può sempre finire la corsa.

Renzi ha riconosciuto che questo voto non è stato un voto di protesta ma di cambiamento.  Volendo, sinteticamente, trovare una ragione profonda della crisi politica di Renzi e del PD qual è secondo lei? 

Non è un voto solo di protesta ma lo è ancora. La protesta riguarda un establishment che non dice all’Italia che cosa vuole fare di lei, dove la vuole portare. Nel dopoguerra una classe dirigente, ancorchè divisa da fratture ideologiche, disse al paese che lo voleva industriale e accettò ferite sociali come l’immigrazione interna, ma riempì le fabbriche e le città del Nord, si costruirono autostrade, si inventarono la Cinquecento, la vespa e la lambretta, nelle case degli italiani entrarono frigoriferi italiani. L’Italia voleva essere una potenza economica nel mondo e lo diventò. Queste classi dirigenti di oggi, non solo Renzi, non sanno dove portare il paese. Si occupano solo di diritto del lavoro e di ingegneria istituzionale. Troppo poco.

Adesso ci sarà la campagna referendaria di Ottobre sulle riforme costituzionali. Questo per Renzi è l’armageddon. Il rischio di una “Waterloo” è altissimo. Che dovrebbe fare per evitare il fallimento?

Il referendum va sdrammatizzato. Hanno ragione entrambi gli schieramenti. Il Sì dice che c’è bisogno di una riforma e che se anche questa viene bocciata l’argomento è chiuso per sempre. Il No paventa soluzioni pasticciate, presidenzialismo mascherato e altri errori. Sarebbe ragionevole se le parti si incontrassero per concordare quali cambiamenti introdurre. Il referendum poi non va più personalizzato. Se è un plebiscito per Renzi, il premier farà la fine di Giachetti. Il referendum non può diventare fatto interno al Pd. Se, come dice Renzi, i comitati del Sì serviranno a creare il nuovo Pd, perché gli italiani dovrebbero andare a votare?

Una battuta finale sulla minoranza del PD. Certamente questo risultato accelera la ricerca di una alternativa credibile, in primis culturale, a Renzi. Quale potrebbe essere?

La minoranza sono “le” minoranze che devono unirsi. Niente più battaglia ideologica contro Renzi. Battaglia solo sulla visione e sui contenuti. Ci vuole un Pd più di sinistra, più socialista. Ci vuole un congresso ravvicinato che separi segretario da premier. Serve che Renzi licenzi la sua classe dirigente. E’ terribile dirlo, ma è stato più lungimirante Grillo a scegliersi l’Appendino che Renzi a scegliersi alcune ministre o ministri. La sinistra va riunificata e deve candidarsi a rottamare il renzismo, se poi Renzi resiste alla caduta del suo castello di sogni, tanto meglio per lui.

Sorgente: rainews.it