Da Dc a M5s, quando a politica non servivano guru

di Nicola Graziani

Roma – Padre, maestro, persino sacerdote o profeta: nella madre di tutte le lingue, il sanscrito, il termine “guru” vuol dire tutto questo, e forse e’ proprio il motivo per cui al titolo in fondo aspirano tutti coloro che si sentono ispiratori di idee e di azioni, in una Repubblica povera di slanci come di carismi. Una volta non era cosi’: i partiti nascevano su solide strutture ideologiche e culturali, riflettevano vere e proprie Weltanschauungen, sistemi di pensiero chiusi e solidi come il granito. Non c’era bisogno dell’Ispiratore, dell’Ideatore. Il Leader carismatico lo si studiava, piu’ per diletto intellettuale che non per interesse concreto, sui libri di Weber. Ma poi e’ arrivata la Seconda Repubblica, e le cose sono cambiate. Sono cambiate radicalmente, se si pensa a come il partito che piu’ di ogni altro ha incarnato la Prima, la Democrazia Cristiana, ha gestito i suoi Fondatori. De Gasperi messo da parte, in punta di statuto, da qualche cavallino di razza; Sturzo – fondatore del PPI, che non e’ la stessa cosa, ma si tratta di frutti diversi di un unico ramo – che termina i suoi giorni politici isolato in un’operazione ispirata dal Vaticano ed a lui intitolata, a scorno proprio di De Gasperi. No, non erano tempi da guru, se nemmeno Pietro Nenni, che pure e’ stato la storia del Socialismo dal massimalismo al mancinismo, suscitava nel suo popolo quel sentimento di attesa e filiale devozione che e’ caratteristica propria del rapporto tra Socrate e Platone o fra Cleonte e l’Agora’. Anche tra i comunisti la sincera affezione per il Migliore era rivolta alla persona di Togliatti, si’, ma in quanto espressione della linea del Partito e che da esso si propalava attraverso i meccanismi talvolta oscuri del centralismo democratico.

Timori M5s per il dopo Casaleggio, riorganizzazione in vista

Non era un paese per guru, l’Italia, fino a quando all’orizzonte della Repubblica si venne ad affacciare Bettino Craxi. Non un maestro lui stesso (anche se in famiglia non gli mancavano gli esempi) , ma l’iniziatore dell’evoluzione della politica in senso leaderista che e’ la premessa necessaria ai passi successivi. Abbandona definitivamente quel che restava del marxismo nel pensiero del partito e sposa le tesi di Proudhon, ed in questo lo aiuta un intellettuale classico come Luciano Pellicani. Ma soprattutto assume atteggiamenti personali al limite del carismatico, e si trova – tra le pieghe – un suo guru. Che di sacerdotale non ha solo i modi, ma anche l’abito. Gianni Baget Bozzo e’ ascoltato (per quanto Craxi possa ascoltare qualcuno che non sia lui stesso) e valorizzato. I suoi libri sono ponderati, le sue tesi studiate al punto tale che gli viene offerta la candidatura alle europee ed egli, in spirito evangelico, accetta. La Chiesa pero’ non gradisce, perche’ esiste una regola ferrea che vale dai tempi in cui Sturzo faceva le sue prime liste a Caltagirone: il presbitero si astenga dal candidarsi alle elezioni senza essere autorizzato. Per Baget Bozzo scatta la sospensione a divinis. Lui fa spallucce e continua l’opera anche quando Craxi si e’ defilato ad Hammamet. Passa, insieme ad un gruppo di intellettuali anche loro di scuola classica (Vertone, Melograni, Colletti) tra le file di Forza Italia. Ma se Craxi non aveva mai rinunciato al suo ruolo centrale di sintetizzatore e semplificatore dell’analisi politica, Berlusconi da’ talvolta l’impressione di usare i suoi guru, piu’ che di ascoltarli. Non esiste un profeta del berlusconismo al di fuori di Berlusconi; in fondo anche Lucio Colletti, forse in assoluto il piu’ puro tra i consiglieri del Principe in termini di preparazione politologica, non riesce mai ad emergere dai ranghi, un po’ meschini, del pensatore di complemento.

Altra cosa e’ la Lega: nasce ad opera di un condensato di fiuto politico qual e’ Umberto Bossi, che pero’ ha bisogno come il pane di un maestro, di un ispiratore. Gianfranco Miglio, professore della Cattolica e teorico del federalismo da tempi non sospetti, gli fornisce tutto cio’ di cui ha bisogno: un retroterra culturale, un progetto dettagliato in cui far entrare idee fino ad allora rimaste slogan, una dignita’ piu’ o meno scientifica. Miglio arriva a progettare la divisione in tre dell’Italia: la borbonica, la centrale, la settentrionale celtica (in quest’ultima viene inclusa Lucca, ad esempio, in omaggio alle origini galliche del suo toponimo). Accade pero’ che Bossi non sia d’accordo nell’accettare il ruolo del discepolo: per lui il guru serve a trovare la quadra di un ragionamento altrimenti troppo complesso, ma niente piu’. I rapporti tra i due si incrinano fin da quando il Senatur concorre a far nascere il primo governo Berlusconi. Il Professor Miglio si aspetta una nomina ministeriale, e invece resta nel mondo dell’Accademia. Bossi non si sente Siddharta, quindi non vuole intorno un Gotama. Per certe cose basta citare Braveheart.

L’ultimo passo del processo avviene con il M5S, che comunque rifiuta i canoni del leaderismo e la figura del leader carismatico nel nome del principio “uno vale uno”. Principio egualitario piu’ di “liberta’ uguaglianza fraternita'”, eppure e’ innegabile che alcune delle caratteristiche di quella che Weber chiamava “forma di dominio carismatico” siano state individuate dagli osservatori nella creatura di Gianroberto Casaleggio. Qui si entra nel campo delle interpretazioni, quasi tutte rispedite indietro dagli aderenti al movimento (ma tra i dissidenti ed i fuoriusciti l’opinione e’ radicalmente diversa). Ci limitiamo a sottolineare che Weber individuava tre tipi diversi di leadership: la tradizionale (basata sul rispetto della tradizione e degli assetti consolidati); la legale-tradizionale (dove si aggiunge alla prima l’apporto di una struttura burocratica ed un insieme di leggi e regole); infine la gia’ nominata carismatica. Sempre Weber scrive che epitome del leader carismatico sono il condottiero, il sovrano plebiscitario, il demagogo. Sua caratteristica, in tutti questi casi, e’ il rivolgersi direttamente al popolo, l’ignorare ogni forma di organizzazione e il disprezzare le regole procedurali. In fondo, un guru non ha bisogno ne’ dell’una ne’ delle altre. Il guru e’ profeta, padre, maestro, persino sacerdote. (AGI) 

Sorgente: agi.it